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November 02 Il Maestro silente di Madras------articolo tratto da Yoga journalIl Maestro silente di Madrasdi Walter Thirak Ruta ; foto di Saverio Chiappalone
Madras, città frenetica. La notte in ogni angolo si trovano intere famiglie che dormo all'aperto. Di giorno le vie si animano dell'umanità più varia: fin dall'alba c'è chi lavora duramente, chi lava le pentole nelle pozzanghere o chi spazza cumuli di immondizia. Verso le 10 le strade si riempiono di fiori e di odore di canfora bruciata sul tridente di Shiva all'ingresso dei templi, da cui partono processioni che ritmano il traffico. La strada è il luogo dove si svolge la vita. Non bastano le parole per descrivere la visione e gli odori di Madras. Tutti i sensi ne sono catturati. I luoghi del Guru Al quarto piano di un quartire centrale abita Sri Sri Sri Satchidananda: 95 anni di assoluta dignità, 35 anni di totale silenzio. Dopo un lungo periodo vissuto nel ritiro della foresta e dopo aver rinunciato alla parola, ora vive nel caos metropolitano senza essere "inquinato" dal traffico, o snervato dalla frenesia urbana. Ogni mattina il vecchio saggio dedica quattro ore ai suoi allievi per educarli a onorare la vita e aiutarli a progredire nello Yoga. La mattina inizia alle 6 e termina alle 10: chi non ha impegni resta per tutto il tempo, chi deve andare a lavorare può finire prima, come i bambini che vanno a scuola. Nel corso di queste quattro ore di pratica mattutina, il Guru passeggia tra i suoi allievi, sempre pronto a correggere o a consigliare nuove varianti con grande maestria, confermata dai progressi di chi lo segue. Il suo sorriso è un dono che premia i risultati ottenuti Seminari intensi Sri Sri Sri Satchidananda tiene seminari anche in Europa. Durante i seminari europei si pratica per circa nove ore al giorno sotto la sua costante supervisione. Si medita nei momenti in cui la notte si dissolve nel giorno, dalle 5 alle 6 del mattino, e quando il giorno confluisce nella notte, dalle 18 alle 19 di sera, ossia nei momenti che propiziano la metamorfosi. Ogni settimana si dedica un giorno al digiuno dal cibo e dalla parola, un altro giorno alle domande degli allievi, mentre il venerdì sera è destinato alla cerimonia del ringraziamento. Comunicazione non verbale Anche se ha deciso di non proferire più parola, il maestro "conversa" a vari livelli. Per comunicazioni semplici bastano gli sguardi, i sorrisi e i gesti; talvolta si improvvisa mimo per raccontare un aneddoto. Se invece deve narrare una parabola o instaurare un discorso più impegnativo, allora scrive su un quaderno o su una lavagna, oppure fa dei segli sul palmo della mano e i suoi scritti sono "tradotti" in lingua parlata da Satyavati, sua figlia adottiva. Quando deve insegnare una posizione la mostra personalmente. Se però ne deve spiegare un dettaglio tecnico, allora scrive. In ogni caso, se si ha la fortuna di avere un incontro individuale con lui, si scopre quanto la comunicazione non verbale sia efficace: la sua mimica e soprattutto i suoi occhi tasmettono sempre qualcosa di estremamente intenso. Anche se quindi non è possibile comunicare verbalmente, si può instaurare con lui un dialogo silenzioso, che appare ancora più profondo di quello parlato. L'onda di calore che emana è come un'avvolgente coperta dispensatrice di pace, frutto di una vita vissuta secondo i precetti dello Yoga: primo tra tutti la non violenza. I suoi consigli mirano a riportare tutto all'essenziale e alla semplicità September 04 ANCORA FESTA DEI GNOCCHI....Festa dei Gnochi con la Fioreta La gastronomia locale diventa manifestazione di riscoperta di sapori antichi e autentici. Si potrà assaporare il gustoso piatto degli "gnochi con la fioreta" circondati da musica, attrazioni e allegria. La manifestazione si svolge domenica 7 settembre 2008 nella centralissima Via Lelia di Recoaro che apparirà come un museo etnografico in cui saranno esposti, come elemento di arredo, utensili e suppellettili della vita agricola e del mondo rurale. Organizzazione a cura della Pro Loco Recoaro Terme. Programma della manifestazione:
Durante la festa saranno presenti stand con esposizione di prodotti tipici locali, stand con esposizione e manifattura in tempo reale di oggetti artigianali d'ingegno. Per informazioni:
Clicca qui per scaricare la locandina (pdf, 240KB) Clicca qui per vedere le foto della festa. Leggi l'articolo de "Il Giornale di Vicenza" sul successo dell'edizione 2006 della festa. August 31 Gita ai Castelloni di San Marco.....Un grazie all'allegra compagnia......Martina - Mariarosa - Giampaolo.... Post tratto da questo sito.... Castelloni di San Marco, Altopiano di Asiago Sette Comuni Castelloni di San Marco, Altopiano di Asiago Sette Comuni immagini tratte dal sito www.magicoveneto.it August 25 FESTA DELLA PATATA DI ROTZO32ª Festa della Patata Rotzo, Vicenza dal 29 agosto 2008 al 31 agosto 2008
L'ultimo finesettimana di agosto, dal 29 al 31 agosto 2008, si organizza a Rotzo la 32ª edizione della Festa della patata. Giochi popolari, musica in piazza e stand gastronomici con piatti tipici a base di patate saranno gli ingredienti di questa attesa sagra. Rotzo è uno dei sette comuni dell'Altopiano di Asiago e la sua notorietà la deve in parte alla produzione di patate, una tradizione agricola di antica data, che nei prati, boschi e nell'aria finissima e pura trova un contesto ambientale ideale per esaltare le sue qualità organolettiche. La patata di Rotzo è caratterizzata dalla buccia bianca o rossa, che viene commercializzata direttamente dai produttori in sacchetti di diverso peso. Purtroppo, soprattutto per i buongustai e gli estimatori di questo pregiato tubero, i pochi coltivatori rimasti non riescono a soddisfare le richieste del mercato, anche se a parziale consolazione, in ottobre di ogni anno, si svolge la tradizionale Festa della Patata, occasione per poter assaggiare molti piatti tipici a base di patate, tra cui la tradizionale "polenta considera", farcita di burro e un pizzico di cannella, da accompagnare al formaggio mezzano e alla sopressa.
August 11 molto interessante.......... Dario Chioli, Guru e Sadguru - La manifestazione del maestro interiore GURU E SADGURU LA MANIFESTAZIONE DEL MAESTRO INTERIORE Dario Chioli
Guru è un termine sanscrito che significa "pesante" ed è etimologicamente il corrispettivo del latino grauis e del greco barús. Che sia passato a designare il "maestro spirituale" potrebbe sembrare un’ironia del destino. Sembra di veder tratteggiare dalla mano burlona del fato (o dal divino Gioco) un’immagine di compassata gravità, da medici alla Molière, che disquisiscono su tutto senza conoscere nulla (o che conferiscono iniziazioni da cui nessuno trarrà nulla di utile, ma solo ulteriori legami e fasulle speranze). E poi, in verità, la qualità della "pesantezza" è, rispetto alle tre qualità principiali comunemente ammesse nella tradizione indù, propria di tamas (oscurità) più che non di sattva (essenza) o di rajas (emozione); ed appartiene al kaliyuga (età dove il dado, kali, cade sempre sul lato perdente, età dunque oscura, del ferro, la nostra) più che al sattvayuga (età dell’oro), al tretayuga (età dell’argento) o allo dvâparayuga (età del bronzo). Nel raro caso dunque che il guru sia un maestro autentico, e non un impostore più o meno cosciente, allora è da intendersi come colui che si fa carico della gravezza altrui, dell’altrui oscurità, per condurre alla luce. In questo senso è greve, pesante: perché altri in lui si vedono, gravoso carico, quali sono. Per questo il suo compito principale è quello di aiutare il discepolo a raggiungere il Sadguru, la luce innata che risplendendo come sole interiore farà germogliare il seme nascosto nella cavità del cuore. Tamaso mâ jyotir gamaya, "Dalla tenebra fa’ ch’io vada alla luce" (Brhadâranyakopanishad, I, 3, 28 [ed. Shastri]): così deve pregare colui che sinceramente cerca il vero; e colui che in ciò può aiutarlo può esser detto legittimamente guru. Ma in assenza di tale capacità, un guru è solo un peso, che infligge pratiche e fedi a cui ben s’addice quanto afferma Uppaluri Gopala: "Quello in cui voi credete è il risultato della cieca accettazione di un’autorità; è roba di seconda mano". Ed infatti "Quelle persone che vogliono dirigere la vostra vita spirituale non possono essere sincere, esponendo chiaramente come stanno le cose, perché vivono a spese della vostra paura, speculando sulla vita futura e sul mistero della morte" nonché sul fatto che "l’unica cosa che vi interessa veramente è voi stessi". (1) Sadguru, dunque, per quanto talune sette siano giunte a così designare i propri capi gerarchici, è propriamente l’interiore maestro (guru) che insegna a trovare la propria essenza (sat), il polo o "centro di gravità permanente" dell’esperienza umana non più scissa in una molteplicità di scopi, ma unificata da un forte intento di metamorfosi interiore. In questo senso può essere anche interpretata la ricerca, da parte degli aderenti al sufismo, del "Polo dell’Epoca", ovvero del santo, sempre ignoto ai più, che per la sua purezza vien considerato il polo spirituale intorno a cui orbitano tutti gli altri santi della sua epoca. Tale "Epoca" altro non è, secondo tale rilettura, se non "questo mondo", ovvero l’esperienza ordinaria, e il "Polo" non altro che il centro attorno a cui, se raggiunto, si potrà svolgere la metamorfosi. Dice Marie-Louise von Franz che "Nel corso delle varie epoche gli uomini hanno avuta una conoscenza intuitiva dell’esistenza di tale centro interiore. I Greci lo chiamavano l’intimo daimon dell’uomo [cfr. il dèmone di Socrate]; in Egitto, esso trovava espressione nel [...] Ba; e i Romani lo veneravano come il genius innato in ogni individuo". (2) Tale intima guida corrisponde inoltre all’"Uomo Universale" di cui parla il sufismo, a proposito del quale Titus Burckhardt dice che "là ove la Conoscenza si unisce al proprio essere, e dove l’Essere conosce sé nella sua immutabile attualità, non si ragiona più dell’uomo. Lo spirito in proporzione al suo profondarsi in tale condizione, si fa identico, non all’uomo individuale, ma all’Uomo universale (al-insân al-kâmil), che costituisce l’unità intrinseca d’ogni creatura. [...] L’Uomo universale non è realmente separato da Dio; è come il Suo Volto nelle creature. Per il tramite dell’unione con lui, lo spirito s’unisce a Dio". (3) Analoghe tradizioni sono presenti un po’ ovunque, e tutte indicano che nel processo di riunificazione interiore, l’uomo viene reintegrato in una condizione più che terrena, di Adamo non più decaduto, che dapprima si mostra quale interiore guida. E che tale guida non sia un maestro in carne ed ossa lo dice anche con molta chiarezza Çrî Nisargadatta Mahârâj: "Il maestro esterno (guru) è solo una pietra miliare. La vera guida (sadguru) è il sé dentro di te, ossia te stesso. Solo il maestro interiore ti condurrà allo scopo, perché lui è lo scopo". (4) Marie-Louise von Franz dice a questo proposito che ad un certo stadio dell’evoluzione interiore si rivela "una nuova raffigurazione simbolica, il sé, il nucleo più centrale della psiche. Nei sogni della donna questa zona focale viene rappresentata, generalmente, tramite raffigurazioni femminili di altissimo livello - così, ad esempio, una sacerdotessa, una maga, la madre terra, la dea dell’amore o della natura. Se si tratta di un uomo, invece, essa sarà simbolizzata nella figura del maestro o del custode (un guru indiano), del vecchio saggio, dello spirito della natura, e così via". (5) Per quanto sia forse incauto assimilare questa tappa del "processo d’individuazione" junghiano alla scoperta del Sadguru, la somiglianza è tuttavia notevole, abbastanza da giungere alla conclusione che vi debbono essere nella forma umana strutture psichiche (ovvero "sottili") appositamente predisposte per l’accoglimento dell’esperienza del Sadguru. Secondo il kundalinîyoga, è una volta ottenuta la potestà dell’âjñâcakra (centro dell’autorità, o del comando) che si stabilisce un rapporto costante col Sadguru, "che è Paramaçiva [Çiva come Immanifesto], al quale il "Sé" è identico in realtà" (come dice Guénon commentando Avalon nel suo scritto sul kundalinî-yoga). (6) Finisce a questo punto ogni soggezione verso i maestri terreni, per cui si nutre umano rispetto ma che in nessun modo possono più interferire con le scelte dello yogî, che obbedisce ormai solo al comando (âjñâ) del Sadguru. L’âjñâcakra, spiega Avalon, è infatti "chiamato così perché è qui che si riceve, dal di sopra, il comando (âjñâ) del Guru". (7) Di tale "comando" Guénon afferma che "corrisponde al "mandato celeste" della tradizione estremorientale" e che "d’altra parte, la denominazione di âjñâcakra potrebbe essere resa esattamente in arabo con maqàm al-amr [stazione del Comando], indicando che là è il riflesso diretto, nell’essere umano, del "mondo" chiamato `âlam al-amr [mondo del Comando], al medesimo modo che, dal punto di vista "macrocosmico", questo riflesso si situa, nel nostro stato d’esistenza, nel luogo centrale del "Paradiso terrestre"". (8) Dice ancora Guénon che "la "localizzazione" di questo cakra è in rapporto diretto col "terzo occhio", che è l’"occhio della Conoscenza" (Jñâna-cakshus); il centro cerebrale corrispondente è la ghiandola pineale, che [...] riveste un ruolo particolarmente importante come organo di connessione con le modalità estracorporee dell’essere umano". La "funzione del "terzo occhio" si riferisce essenzialmente al "senso dell’eternità" ed alla restaurazione dello "stato primordiale" (di cui pure abbiamo a più riprese indicato il rapporto con Hamsa [l’Oca o Cigno simbolo del Sé], sotto la forma del quale Paramaçiva è detto manifestarsi in questo centro); lo stadio di "realizzazione" corrispondente all’âjñâcakra implica dunque la perfezione dello stato umano, e là è il punto di contatto con gli stati superiori, ai quali si rapporta tutto ciò che è di là da questo stadio". (9) A questo proposito così dice del Sadguru il versetto introduttivo del Pâdukâpañcaka: "Io medito sul Guru nel Fiore di loto a mille petali [...]. Egli sta nello Hamsa della testa. È lo Hamsa stesso". (10) Infatti il Sadguru vien raffigurato come sedente nel loto dai mille petali (sahasrârapadma), irradiante una luce che va portata al cuore. È dunque una figura che siede sopra la manifestazione, ad essa perciò parzialmente estranea, e tuttavia percepibile a chi vi è immerso, purché questi abbia sviluppato il "senso dell’eternità", ovvero, direbbe uno gnostico, abbia ottenuto la percezione di ciò che eccede il presente "eone", il che in linguaggio tantrico corrisponde alla manifestazione effettiva dell’âjñâcakra. Tale Sadguru si manifesta poi nella realtà ordinaria in vari modi non facilmente riconoscibili, sia conducendo verso il guru terreno, sia conducendo per altre vie, spesso alquanto imprevedibili. In ciò differisce dal guru terreno, il cui unico compito è invece proprio di portare al Sadguru, che è lui stesso l’unica giustificazione reale (sat) della sua funzione magistrale (guru). Il Sadguru si può manifestare negli upaguru, ovvero mediante uomini o situazioni che costituiscano un occasionale ammaestramento; in questo senso anche un impostore può fungere da upaguru, in quanto non le sue intenzioni vengano utilizzate dal Sadguru, ma certi suoi lati momentaneamente utili all’uomo sincero in ricerca. Upaguru può insomma risultare qualunque cosa; si può anzi dire che per l’uomo sincero qualsiasi vicenda o persona assume il ruolo di upaguru, in quanto la sincerità stessa porta il Sadguru come principale attore al centro della vicenda umana. Infatti "la vera fede consiste nella sincerità", come recita il titolo di un’opera dello Sceicco Muhammad at-Tâdilî.(11) In casi più rari il Sadguru si manifesta come guru irregolare, come una manifestazione assai speciale, un personaggio che sconvolge le attese, propone enigmi difficilmente risolvibili, dà spesso vita dove e mentre sembra distruggere. Nell’Islàm viene indicato come al-Khidr (oppure al-Khadir), il "Verde" o il "Verdeggiante" (corrispondente ad Elia in ambito ebraico e a San Giorgio in talune tradizioni siriache), (12) che appare nel Corano (senza essere nominato, ma l’esegesi islamica è concorde) mentre sottopone Mosè a prove che questi non supera, in quanto non sa decifrarne né accettarne in silenzio le decisioni (Sura XVIII, 65-82). Essendo il "Verde", è collegato al rinnovamento della primavera, inclusa quella interiore; è perciò il Leone Verde che subentra dopo la "fase al nero" (opus nigrum) dell’alchimia, cioè dopo la globale distruzione di tutte le finte certezze che, indotte dall’ambiente, si ritengono erroneamente proprie. È colui che dà impulso alla germinazione, che fa fiorire il loto nello stagno fangoso, la santa percezione nel caos dell’abitudine mentale, l’antica Filosofia nel luogo delle passioni servili. Al-Khidr è l’altro Polo (indelimitabile) rispetto al Polo dell’Epoca (capo e limite della gerarchia iniziatica nel sufismo); non aiuta le strutture ed i loro aderenti bensì coloro che non fanno parte di alcuna struttura, che talora ne stanno agli antipodi. In tal senso è un messaggio fondamentale dell’Ignoto: non tutto sta nel nostro emisfero, nelle nostre classificazioni, non tutto rientra nell’atteso. Al-Khidr è il Maestro dell’Inatteso, sta di là dal Polo dell’Epoca e contatta gli amici di Dio direttamente. Per il fatto che non rientra nella gerarchia, non viene preso quasi mai in considerazione dagli esponenti di essa che, invero, se pur dicono di credervi, ne restringono la sfera d’azione quanto più possibile. In effetti ogni costruzione umana è limitata; ma Al-Khidr è fuor d’ogni limite: lo Spirito soffia dove vuole. Quel che vale in ambito islamico, vale naturalmente anche altrove; anche tra gli indù, per esempio, che parlano di una Çâmbhavîdîkshâ ovvero di una "iniziazione conferita direttamente da Çiva", ben nota, dice Agehananda Bharati citando diversi esempi, a causa della "presenza di persone che soddisfano a tutti i requisiti fenomenologici del siddha [il perfetto], o che hanno spontaneamente conseguito una condizione spirituale che può altrimenti essere conseguita solo attraverso il procedimento prescritto". (13) La gerarchia terrena di qualunque epoca e tradizione è costantemente piagata dall’appartenenza ad essa di un congruo numero di ipocriti, che ostacolano grandemente l’evoluzione interiore degli uomini sinceri imponendo loro pesi insopportabili che loro stessi non portano (cfr. Luca XI, 46). Tale condizione di sofferenza è ineliminabile, come da ogni nato è ineliminabile il germe della morte. Il principio manifesto in al-Khidr o nel Sadguru serve da correttivo a questa situazione. E tale principio non è restio affatto dal manifestarsi; si può invece dire che, rivelandosi come Maestro interiore, è l’origine di tutti i cammini verso la verità. Invero le tradizioni, le chiese, le credenze sono come falci per raccogliere il grano; ma nel campo sempre deve rimanere qualcosa da spigolare per il viandante affamato; e talvolta costui è più ricco di chi ha effettuato il raccolto, o addirittura ne costituisce il destino (il dharma), come nella Bibbia Rut è il destino di Booz, sul cui campo ha spigolato, e che sposa, insieme a lui generando gli antenati di Davide e quindi del Messia. Per questo ogni tanto vi è chi si mette alla ricerca della verità; quel po’ di mondo che ha assaggiato (le spighe abbandonate) gli ingiunge di cercarne la fonte. In altri, agricoltori comuni, che tutto il tempo raccolgono e trasformano, tale passione sembra che non nasca. E del resto è pur sempre un cammino difficile. Non sorregge il pensiero, né il corpo, né la tradizione, se già non si è acceso "da sé" il fuoco sacrificale sull’altare del nostro essere, della nostra vita. Il mistero di questa accensione è avvolto dal vuoto, dal nulla, da una suprema inconsapevolezza. Nella Bhagavadgîtâ è l’Auriga "Nero" (Krshna) che al "bianco" Ârjuna impone una guerra che la sua mente rifiuta. La "fiamma d’amor viva" di cui parlava Juan de la Cruz, (14) divampa imprevista e inattesa. Il Figlio dell’Uomo, il Cristo interiore, "non ha dove posare il capo" (Matteo VIII, 20) nella nostra natura ordinaria, perché invero non può poggiare sul fenomeno transitorio della vita di questo mondo colui che, nostro "capo", nostro vero maestro (Sadguru), Polo supremo del nostro vivere, col dito, come Arpocrate, ci impone un arcano silenzio, mentre ci indica la Tenebra immanifesta.
July 18 MOTIVI PER CUI NON SI DIGERISCE LA PIZZA
Un saluto a tutti amici! è un bel po' che non scrivo sul mio blog.......Ho deciso di farlo oggi in questa giornata di pioggia...Circa tre mesi fa ho fatto un piccolo corso dedicato alle intolleranze alimentari e il bravissimo Professore c'ha spiegato i motivi per cui non si digerisce la pizza.....Credendo farvi cosa gradita ve li riporto in seguito...hi hi hi hi hi
PER EVITARE LA RITENZIONE IDRICA VA BENE ACCOPPIARE ALLA PIZZA ALIMENTI DIURETICI ED EVITARE GLI ANTIDIURETICI....
.....BUONA PIZZA A TUTTI!!!!!!!!! March 31 IL CLORURO DI MAGNESIOA cura di Padre Beno J. Schorr del Collegio di Santa Caterina, Prof. di fisica, chimica e biologia (10/09/1985). Le persone ormai senza speranza di guarire del cosiddetto male "becco di pappagallo", dal male al nervo sciatico, mali alla colonna vertebrale e calcificazioni, hanno una cura efficace, indolore, semplice e non cara. La mia cura Importanza del cloruro di magnesio: il cloruro produce l'equilibrio minerale che anima gli organi nell'espletamento delle loro funzioni. Dai 40 ai 55 anni: mezza dose. Per le persone che vivono in città con l'alimentazione di bassa qualità (cibi confezionati e sofisticati), prendere una dose in più. Formazioni organiche: nervo sciatico, "becco di pappagallo", artrosi cervicale, calcificazioni, sordità per calcificazione: prendere una dose al mattino, una al pomeriggio ed una alla sera. Artrosi: l'acido urico si deposita nelle articolazioni del corpo ed in modo evidente nelle dita che si gonfiano. Prostata: all'anziano che non riuscì a vincere, somministrarono tre dosi. Incominciò subito a migliorare e dopo una settimana guarì senza intervento chirurgico. Talvolta si sono avuti casi in cui la prostata regrediva fino a ritornare normale prendendo due dosi al mattino, due pomeriggio e dura sera. Notato il miglioramento, continuare con le dosi quale prevenzione. Acciacchi di vecchiaia: rigidezza muscolare, arteriosclerosi, crampi (tremolii), insufficiente attività cerebrale, prendere una dose mattino, una al pomeriggio ed una alla sera. Cancro: in ognuno di noi esiste una piccola parte. Il cancro si annida nelle cellule mal sviluppate per la mancanza di qualche sostanza. Queste cellule anarchiche non armonizzano con quelle sane, ma sono inoffensive entro una certa quantità che il cloruro di magnesio combatte facilmente, rinvigorendo quelle sane. Purtroppo il lento processo del cancro si manifesta senza alcun segno. Il cloruro di magnesio può solo frenare, non guarire il male. Se nel parentado si sono avuti casi di cancro, esistono lievi sintomi che si rivelano quali noduli sotto la pelle nella regione del seno. In questo caso il cloruro di magnesio e il miglior preventivo per evitare che il cancro non progredisca e diventi tumore. Oltre ad evitare alimenti cancerosi (cibi sofisticati o per la presenza di particolari tossine) è importante tenere presente l'equilibrio minerale prendendo il cloruro di magnesio in dosi di prevenzione. Per poter vivere liberi da quasi tutti i malanni è necessario che il corpo sia debitamente mineralizzato. BUONA PASQUA
BUONA PASQUA A TUTTI VOI!!!! |
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